Nei paesi dell'America Latina così come in alcune culture asiatiche, l'appoggio del piede a terra è considerato un aspetto importante al punto di costituire un prerequisito fondamentale per l'accesso alla scuola, come da noi l'alfabeto. L'impronta del piede è un aspetto non solo di "sopravvivenza" (in contesti naturali in cui il camminare sostituisce i trasporti con macchinari o animali...), ma anche "identificativo" del soggetto che esprime la sua modalità di essere presente e presentarsi nel mondo.

In Occidente non si pensa nemmeno a questi aspetti considerati del tutto marginali per raggiungere il famigerato "successo".

Da un punto di vista psicologico ed antropologico, invece, vale la pena di aprire il capitolo "zonale" per riportare l'attenzione al nostro corpo e al modo in cui lo gestiamo, nel bene e nel male.

I piedi sono quella parte di noi con i quali tocchiamo terra e ci spostiamo nel mondo: quanto percorriamo, come, perché sono tutti vissuti condensati nei dolori o nelle altre manifestazioni dei nostri piedi, una "memoria" particolare del nostro vissuto. Con le mani afferriamo oggetti per intraprendere azioni ma esprimiamo anche emozioni con la gestiva, fanno parte del nostro "linguaggio".

Inutile dire che la riflessologia e la medicina cinese aprono scenari di conoscenza di queste parti corporee davvero sorprendenti e congruenti con il vissuto. Esistono di queste discipline diverse versioni ma tutte evidenziano il grado di consapevolezza che abbiamo maturato nel "muoverci" nella vita,  quanto abbiamo "perduto" del nostro corpo e quanto vogliamo effettivamente "recuperare" al di là degli impedimenti fisici oggettivi.